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Un poeta testimone del suo tempo.
Il poeta è morto. È morto ad aprile (au printemps)
come aveva previsto. È morto senza poter dare una sistemazione
definitiva(?) alle sue opere; e di questo si rammaricava soprattutto,
quando capì che la sua sorte, segnata da tempo, non gli
avrebbe lasciato che pochi giorni. E anche questi in una quasi
totale impotenza, ricoverato in ospedale con tubi al naso e alle
braccia. Rimpiangeva di non avere ancora un anno, per sistemare
i suoi figli (così chiamava le sue poesie) e mi pregò
di non lasciarli orfani, di prendersi cura di loro.
Liquidò velocemente tutto il resto, con un testamento
che assegnava in beneficienza tutti i suoi beni; con un paio
di incontri con un sacerdote e poche parole a chi gli faceva
visita. Solo la mia presenza gli interessava (non lo dico per
vanità) e anch'essa solo per parlare delle sue poesie,
per aiutarmi a capire, con incontri quasi quotidiani di qualche
ora, in cui parlava con affanno, ma volando alto col pensiero,
lucido, logico, senza compromessi. Ed io, soprattutto, facevo
domande e ascoltavo, affascinato da quel mondo che mi proponeva,
e insieme addolorato per quel corpo che si degradava un po' ogni
giorno, fino a quando, senza che neppure io potessi prevederlo,
all'improvviso lo trovai stravolto e lontano in un coma che durò
due giorni, in cui l'unica cosa che potessi fare, era offrirgli
la mano, che stringeva forse d'istinto...
Ma che genere di poesie sono quelle
di Marco? Lirica, nella sua molteplice e più pura
accezione. La storia di unanima (per dirla con Leopardi),
delle sue più intense emozioni: gioie, dolori, intuizioni,
scoperte, spaventi. Varia, ma studiatissima nella prosodia e
nella metrica (anche quando sembra dimessa), ricca di inflessioni
e di echi, ma insieme originale. Ed anche in lingua straniera,
specie inglese, spagnolo, francese (a parte riferimenti in latino
e in greco).
Ma è, prevalentemente, poesia d'amore, amore-passione
per una donna, per la donna. In paesaggi boschivi o urbani, rarefatti
o oppressivi, demoniaci o edenici. E gli astri, e il cielo e
il mare. È una poesia ricca di simboli e di referenze
mitiche (e il mito e la sua interpretazione sono alla base dell'interpretazione
della poesia stessa).
L'amore che anela al possesso. lo sogna lo cerca, lo consuma.
Ma è un amore impuro, è male, è colpa, è
peccato. Manca del crisma della santità, e allora è
angoscia, tormento, un grido ripetuto di disperazione. La donna
affascina, ma è chimera, è inganno, è contaminazione
.
Ecco il miasma per cui si cerca invano, disperatamente un lavacro,
una purificazione.
In questi amori, in questi mondi ci sono gli scacchi dell'infanzia,
le illusioni tradite della gioventù, la maturità
scoperta e persa, l'angoscia dolente e il sogno della morte.
Ma anche uno spiraglio di salvezza, lontana quanto il cielo,
forse raggiungibile quando, dopo l'esistenza terrena, questo
platonico rispecchiamento imperfetto e larvale, la Vita arriderà
in pieno, il poeta ritroverà sua madre nel giardino dell'Eden,
in mezzo a luce e a fiori perenni.
La madre, a cui dedica alcune delle ultime liriche, con una dolcezza
disperata, con un amore, quello sì sacro. |