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LA SANTA VERGINE NELLA DEVOZIONE PIOMBINESE ATTRAVERSO I SECOLI. Piombino: disegno storico della città
Nedo Tavera
pp. 138 anno 2021 € 15,00 ill. colori e B/n
EAN 9788866152323
Collana Biblioteca di Storia n. 32

 Presentazione del libro su You Tube

Nedo Tavera è nato a Piombino nel 1939 ed ha conseguito il diploma di geometra a Pisa, titolo col quale ha iniziato il percorso professionale in seno alla Società Italsider-Ilva nel 1962, interrompendo gli studi universitari. Da molti anni vive a Firenze. Ha pubblicato numerose opere:
“L'ascesa di Piombino al declino della Repubblica di Pisa” 1978, Giuntina; “Elisa Bonaparte Baciocchi principessa di Piombino” 1982, Giuntina; “L'antica Accademia dei Ravvivati, i teatri e il carnevale di Piombino” 2005, Ed. Saffe; “La Santa Vergine nella devozione piombinese attraverso i secoli” 1991, Giorgi & Gambi; “Piombino francescana” 1994 Giorgi & Gambi; “Piombino napoleonica, 1805-1814 : il principato dei Baciocchi” (coautore Brunello Creatini), Giorgi & Gambi 1996; “Gli agostiniani piombinesi: un documento inedito del Seicento sui frati agostiniani e l'odierna Abbazia concattedrale di Piombino” 1997, Giorgi & Gambi; “San Paolo della Croce e le Clarisse piombinesi” 1999, Giorgi & Gambi; “Il SS. Crocifisso miracoloso e la Misericordia di Piombino” 2005, Con-fraternita della Misericordia Piombino; “Da Populonia a Piombino: breve storia della chiesa piombinese” 2008, Saffe.

 

 

 

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LA SANTA VERGINE NELLA DEVOZIONE PIOMBINESE ATTRAVERSO I SECOLI. Piombino: disegno storico della citta'

 

 

NOTA DELL'AUTORE
a trent'anni esatti dalla pubblicazione de La Santa Vergine nella Devozione Piombinese Attraverso i Secoli mi piace riproporne la ristampa aggiungendovi il seguente sottotitolo: Piombino: Disegno Storico della Città. Perché tale aggiunta? Semplicemente per il fatto che alcuni di coloro che hanno letto il libro con interesse e discernimento mi hanno significato di aver trovato "riduttivo" il titolo originario. significato di aver trovato "riduttivo" il titolo originario.
A Un'osservazione che non mi è dispiaciuta, ma che, anzi, mi ha fatto piacere e che, francamente, posso condividere. Come non riconoscerne la validità dal momento che le vicende locali analizzate diacronicamente ed afferenti allo scenario religioso cittadino s'innestano con quelle di storia civile urbana, che talvolta le sovrasta? In altre parole, il lavoro sarebbe giudicato una monografia sul passato ecclesiastico di Piombino, e sull'accentuata devozione popolare alla Santa Vergine, tutta intrecciata, però, con spaccati di vissuto ordinario in una sorta di disegno storico sui generis della città. Un secondo motivo che mi ha indotto alla ristampa, devo dire brevemente, è che la sostanza del libro è frutto di ricerche archivistiche, le quali non perdono mai d'importanza, e qui, in alcune parti, restano degli interrogativi da sciogliere e da definire. Parlo, in particolare, della mitica antichissima Abbazia di San Giustiniano di Falesia, scomparsa, la cui ubicazione ignota io ritengo di avere individuato e che discorda dalla proposta alternativa della Prof. Maria Luisa Ceccarelli Lemut; rimane, altresì, ancora in sospeso l'ultima parola sull'Autore della Madonna del Latte della Sala Consiliare del Palazzo Civico; Autore che io riconosco nel pittore piombinese Giovanni Maria Tacci, vissuto nel Cinquecento, riscontrando, tuttavia, diverso parere della Dott. Antonia D'Aniello.
È appena il caso di rimarcare che, se il Tacci non ha creato ex novo l'immagine della Vergine di Falesia, perché già esistente, ma molto rovinata dal tempo, egli fu comunque chiamato a restaurarla dai Padri Anziani, come provato dalle fonti, nel 1575, e adottò inevitabilmente gli antichi e superati criteri di integrazione rimasti in auge fino ai primi decenni del Novecento, nel
recupero e nella conservazione delle opere d'arte. Pertanto, Giovanni Maria Tacci ha completato la ridipintura dell'immagine sacra della Sala Consiliare riproducendo le linee iconografiche del modello e assumendone la paternità, perplessità è destata nel constatare la mancanza degli ornamenti della Madonna e del Bambino, come il diadema, che sono enunciati nell'incarico dato al pittore. Allo stato dei fatti, non si vede come questa Madonna del Latte possa essere attribuita all'artista originario che la realizzò nel Quattrocento; oltretutto alla ridipintura del Tacci se ne sono sommate successivamente altre. Quantomeno, un'analisi storica, non soltanto estetica, del dipinto non può prescindere dall'ipotesi che la mano del pittore ultimo della Vergine sia quella di Jacopo Mellini, anch'egli piombinese. Infatti, a lui espressamente gli Anziani chiesero, nel 1780, di dipingere l'Immagine di Maria SS.ma di Faliegi nel Palazzo Pubblico, ovviamente raffigurandola con la necessaria arcaicità; e negli ambienti comunali non è emerso altro antico affresco di genere sacro che quello della Madonna del Latte in Sala Consiliare.
Con analogia tematica, qualche parola bisognerà spenderla sulla superficialità critica con cui sono stati valutati fino ad oggi i capolavori rinascimentali piombinesi, per cui occupandosi storiograficamente di essi si è incorsi, me compreso, nella divulgazione di assunti assolutamente opinabili e privi di fondamento documentario quanto all'attribuzione complessiva di quei capolavori al genio unico di Andrea Guardi. Tutto ciò è conseguenza del giudizio critico soggettivo basato su semplici comparazioni e affinità stilistiche fra opere d'arte coeve. Ma non sappiamo se Andrea Guardi sia stato mai a Piombino, perché nessun documento lo ha provato, mentre scavando negli archivi si stanno affacciando altre personalità artistiche che hanno realmente operato nel Quattrocento in città. Pertanto, non è dichiarabile la certezza d'autore relativamente alla Chiesa e al Puteale di Cittadella, nonché al Chiostro di Sant'Antimo e ad altre sculture dell'epoca.
Un altro interrogativo insoluto, molto avvincente. riguarda il sito e le tracce introvabili di Santa Maria di Populonia, ossia l'Ecclesia Mater, Battesimale e Cattedrale connessa alla vitalità diocesana medievale, alla storia di San Cerbone, Patrono della Diocesi, e degli altri Vescovi populoniesi. A suggestive e illusorie conclusioni conduceva la prospettiva adombrata nel Settecento da Agostino Cesaretti, il quale lasciava intravedere nell'Abbazia di Santa Maria e San Quirico la Chiesa Matrice: non certamente l'originaria tardoantica, ma una ipotetica e isolata dei secoli del lungo declino di Populonia, segnati dalla disastrosa incursione saracena dell'809, dall'insicurezza per l'Episcopio e dai Vescovi erranti in cerca di asilo sicuro. Come poi avvenne, si ebbe la traslazione della sede episcopale nell'entroterra, in Val di Cornia e infine a Massa Marittima. Ma non sembra del tutto casuale rinvenire alcuni coincidenti legami, intorno al Mille, fra la sede episcopale e l'Abbazia di San Quirico populoniesi, non soltanto nella pur significativa cotitolazione a Santa Maria, corrispondente a quella della Ecclesia Mater, ma anche in risvolti di natura patrimoniale. Stando alla scarsa documentazione archivistica disponibile, l'istituzione della comunità eremitico-monastica di San Quirico viene collocata ai primi decenni del secolo XI; le recenti ricerche hanno riportato alla luce i resti materiali del complesso sacro, del quale, tuttavia, non ne è stata definita la configurazione altomedievale, che viene presunta riferibile, cautelativamente, a non oltre il secolo X. Per quanto riguarda, invece, la Cattedrale di Santa Maria resta ancora un mistero la sua ubicazione, poiché le diverse campagne di scavo e di indagini archeologiche, condotte fra Baratti e Populonia da varie Università degli Studi, non hanno dato l'esito sperato.
In definitiva, ciò che può giustificare la ristampa di un libro di storia locale, dal taglio insolitamente religioso, sono proprio le risultanze archivistiche che danno risalto alle mutazioni apportate nella società locale nei secoli passati e specialmente durante il regno di Elisa Bonaparte, che enorme importanza ha avuto nell'Ottocento piombinese, costituendo le premesse della società attuale.

 

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L'ASCESA DI PIOMBINO AL DECLINO DELLA REPUBBLICA DI PISA
Nedo Tavera
pp. 90 anno 2021 € 15,00 ill. colori e B/n
EAN 9788866152408
Collana Biblioteca di Storia n. 34

Nedo Tavera è nato a Piombino nel 1939 ed ha conseguito il diploma di geometra a Pisa, titolo col quale ha iniziato il percorso professionale in seno alla Società Italsider-Ilva nel 1962, interrompendo gli studi universitari. Da molti anni vive a Firenze. Ha pubblicato numerose opere:
“L'ascesa di Piombino al declino della Repubblica di Pisa” 1978, Giuntina; “Elisa Bonaparte Baciocchi principessa di Piombino” 1982, Giuntina; “L'antica Accademia dei Ravvivati, i teatri e il carnevale di Piombino” 2005, Ed. Saffe; “La Santa Vergine nella devozione piombinese attraverso i secoli” 1991, Giorgi & Gambi; “Piombino francescana” 1994 Giorgi & Gambi; “Piombino napoleonica, 1805-1814 : il principato dei Baciocchi” (coautore Brunello Creatini), Giorgi & Gambi 1996; “Gli agostiniani piombinesi: un documento inedito del Seicento sui frati agostiniani e l'odierna Abbazia concattedrale di Piombino” 1997, Giorgi & Gambi; “San Paolo della Croce e le Clarisse piombinesi” 1999, Giorgi & Gambi; “Il SS. Crocifisso miracoloso e la Misericordia di Piombino” 2005, Con-fraternita della Misericordia Piombino; “Da Populonia a Piombino: breve storia della chiesa piombinese” 2008, Saffe.

 

 

 

L'ASCESA DI PIOMBINO AL DECLINO DELLA REPUBBLICA DI PISA
NOTA DELL'AUTORE
a trent'anni esatti dalla pubblicazione de La Santa Vergine nella Devozione Piombinese Attraverso i Secoli mi piace riproporne la ristampa aggiungendovi il seguente sottotitolo: Piombino: Disegno Storico della Città. Perché tale aggiunta? Semplicemente per il fatto che alcuni di coloro che hanno letto il libro con interesse e discernimento mi hanno significato di aver trovato "riduttivo" il titolo originario. significato di aver trovato "riduttivo" il titolo originario.
A Un'osservazione che non mi è dispiaciuta, ma che, anzi, mi ha fatto piacere e che, francamente, posso condividere. Come non riconoscerne la validità dal momento che le vicende locali analizzate diacronicamente ed afferenti allo scenario religioso cittadino s'innestano con quelle di storia civile urbana, che talvolta le sovrasta? In altre parole, il lavoro sarebbe giudicato una monografia sul passato ecclesiastico di Piombino, e sull'accentuata devozione popolare alla Santa Vergine, tutta intrecciata, però, con spaccati di vissuto ordinario in una sorta di disegno storico sui generis della città. Un secondo motivo che mi ha indotto alla ristampa, devo dire brevemente, è che la sostanza del libro è frutto di ricerche archivistiche, le quali non perdono mai d'importanza, e qui, in alcune parti, restano degli interrogativi da sciogliere e da definire. Parlo, in particolare, della mitica antichissima Abbazia di San Giustiniano di Falesia, scomparsa, la cui ubicazione ignota io ritengo di avere individuato e che discorda dalla proposta alternativa della Prof. Maria Luisa Ceccarelli Lemut; rimane, altresì, ancora in sospeso l'ultima parola sull'Autore della Madonna del Latte della Sala Consiliare del Palazzo Civico; Autore che io riconosco nel pittore piombinese Giovanni Maria Tacci, vissuto nel Cinquecento, riscontrando, tuttavia, diverso parere della Dott. Antonia D'Aniello.
È appena il caso di rimarcare che, se il Tacci non ha creato ex novo l'immagine della Vergine di Falesia, perché già esistente, ma molto rovinata dal tempo, egli fu comunque chiamato a restaurarla dai Padri Anziani, come provato dalle fonti, nel 1575, e adottò inevitabilmente gli antichi e superati criteri di integrazione rimasti in auge fino ai primi decenni del Novecento, nel recupero e nella conservazione delle opere d'arte. Pertanto, Giovanni Maria Tacci ha completato la ridipintura dell'immagine sacra della Sala Consiliare riproducendo le linee iconografiche del modello e assumendone la paternità, perplessità è destata nel constatare la mancanza degli ornamenti della Madonna e del Bambino, come il diadema, che sono enunciati nell'incarico dato al pittore. Allo stato dei fatti, non si vede come questa Madonna del Latte possa essere attribuita all'artista originario che la realizzò nel Quattrocento; oltretutto alla ridipintura del Tacci se ne sono sommate successivamente altre. Quantomeno, un'analisi storica, non soltanto estetica, del dipinto non può prescindere dall'ipotesi che la mano del pittore ultimo della Vergine sia quella di Jacopo Mellini, anch'egli piombinese. Infatti, a lui espressamente gli Anziani chiesero, nel 1780, di dipingere l'Immagine di Maria SS.ma di Faliegi nel Palazzo Pubblico, ovviamente raffigurandola con la necessaria arcaicità; e negli ambienti comunali non è emerso altro antico affresco di genere sacro che quello della Madonna del Latte in Sala Consiliare.
Con analogia tematica, qualche parola bisognerà spenderla sulla superficialità critica con cui sono stati valutati fino ad oggi i capolavori rinascimentali piombinesi, per cui occupandosi storiograficamente di essi si è incorsi, me compreso, nella divulgazione di assunti assolutamente opinabili e privi di fondamento documentario quanto all'attribuzione complessiva di quei capolavori al genio unico di Andrea Guardi. Tutto ciò è conseguenza del giudizio critico soggettivo basato su semplici comparazioni e affinità stilistiche fra opere d'arte coeve. Ma non sappiamo se Andrea Guardi sia stato mai a Piombino, perché nessun documento lo ha provato, mentre scavando negli archivi si stanno affacciando altre personalità artistiche che hanno realmente operato nel Quattrocento in città. Pertanto, non è dichiarabile la certezza d'autore relativamente alla Chiesa e al Puteale di Cittadella, nonché al Chiostro di Sant'Antimo e ad altre sculture dell'epoca.
Un altro interrogativo insoluto, molto avvincente. riguarda il sito e le tracce introvabili di Santa Maria di Populonia, ossia l'Ecclesia Mater, Battesimale e Cattedrale connessa alla vitalità diocesana medievale, alla storia di San Cerbone, Patrono della Diocesi, e degli altri Vescovi populoniesi. A suggestive e illusorie conclusioni conduceva la prospettiva adombrata nel Settecento da Agostino Cesaretti, il quale lasciava intravedere nell'Abbazia di Santa Maria e San Quirico la Chiesa Matrice: non certamente l'originaria tardoantica, ma una ipotetica e isolata dei secoli del lungo declino di Populonia, segnati dalla disastrosa incursione saracena dell'809, dall'insicurezza per l'Episcopio e dai Vescovi erranti in cerca di asilo sicuro. Come poi avvenne, si ebbe la traslazione della sede episcopale nell'entroterra, in Val di Cornia e infine a Massa Marittima. Ma non sembra del tutto casuale rinvenire alcuni coincidenti legami, intorno al Mille, fra la sede episcopale e l'Abbazia di San Quirico populoniesi, non soltanto nella pur significativa cotitolazione a Santa Maria, corrispondente a quella della Ecclesia Mater, ma anche in risvolti di natura patrimoniale. Stando alla scarsa documentazione archivistica disponibile, l'istituzione della comunità eremitico-monastica di San Quirico viene collocata ai primi decenni del secolo XI; le recenti ricerche hanno riportato alla luce i resti materiali del complesso sacro, del quale, tuttavia, non ne è stata definita la configurazione altomedievale, che viene presunta riferibile, cautelativamente, a non oltre il secolo X. Per quanto riguarda, invece, la Cattedrale di Santa Maria resta ancora un mistero la sua ubicazione, poiché le diverse campagne di scavo e di indagini archeologiche, condotte fra Baratti e Populonia da varie Università degli Studi, non hanno dato l'esito sperato.
In definitiva, ciò che può giustificare la ristampa di un libro di storia locale, dal taglio insolitamente religioso, sono proprio le risultanze archivistiche che danno risalto alle mutazioni apportate nella società locale nei secoli passati e specialmente durante il regno di Elisa Bonaparte, che enorme importanza ha avuto nell'Ottocento piombinese, costituendo le premesse della società attuale.

 

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ELISA BONAPARTE BACIOCCHI PRINCIPESSA DI PIOMBINO

Nedo Tavera-

pp. 180 anno 2020 15,00 ill, B/N

EAN 9788866152132

Collana Biblioteca di Storia n. 31

 

 

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ELISA BONAPARTE BACIOCCHI PRINCIPESSA DI PIOMBINO

 

PREMESSA

 

 

Dopo la pubblicazione de «L'ascesa di Piombino al declino della Repubblica di Pisa», faccio volentieri un salto di qualche secolo nella storia piombinese e passo dall'epoca d'oro, il Quattrocento, a quella napoleonica: con un po' di retorica, dall'alba radiosa della Città-Stato ai bagliori del suo tramonto. Ciò, non perché l'arco di questa storia statuale non sia, tutto un campo di ricerca semi esplorato su cui varrebbe la pena indagare a fondo, punto per punto e progressivamente, ma per il fatto che vi è oggettivamente da considerare l'epilogo bonapartista come una seconda ascesa
politico-economica e socio-culturale della metropoli di un tempo. Intendo riferirmi, cioè, soprattutto ai portati pratici di quell'impulso innovatore, imposto dall'esterno e provocato da Napoleone, che grande effetto ebbero per la rinascita di Piombino. Quanto ai riflessi psicologici della dominazione francese, la città non dovrebbe invece costituire un singolare caso a sé, ed ha forse ogni aspetto in comune, per grandi linee, con la Toscana ed il resto dell'Italia napoleonica.
Credo, inoltre, che una maggiore consapevolezza dei fatti accaduti nel primo Ottocento sia indispensabile, nel Piombinese e altrove, per chiunque voglia spiegarsi parecchi fenomeni della storia post-napoleonica e risalire a certe matrici
della cultura contemporanea. Ritengo e spero, infine, che un contributo alla conoscenza di un momento così significativo della storia di Piombino risulterà, non solo utile, ma particolarmente celebrativo per la città [...]

Avanzando nelle ricerche intorno a S.A.I . e R. Elisa, principessa di Piombino, di Lucca e granduchessa di Toscana, si
arriva facilmente a concludere che gli abitanti della regione in generale, che fondano parte della loro formazione civile nell'azione di lei e che sono perfino disposti a rivalutare assai gli antichi principi della dinastia austriaca, hanno ripagato con eccessiva indifferenza questa << straniera >>, una còrsa, tutto sommato, dal cognome toscano.

Ma in realtà non esiste una vera e propria coscienza in merito a che cosa significò l'era dei Baciocchi; e bisogna ammettere che essi non sono abbastanza conosciuti, perché poco, e non di rado a sproposito, se ne è parlato. Allo stato attuale dei lavori storico-letterari che li riguardano, soltanto un gruppo esiguo di opere ha requisiti scientifici e risponde effettivamente allo scopo cui la storiografia deve tendere. Di conseguenza, occorreranno anni di dedizione affinché sia colmata la lacuna, vista la varietà delle questioni da affrontare e la molteplicità degli studi da compiere: politici, economici, sociali, ecclesiastici, giuridici, artistici, ecc.

 

 

 

 

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EAN 9788866151999

PIOMBINO NAPOLEONICA (1805-1814) IL PRINCIPATO DEI BACIOCCHI
Nedo Tavera- Brunello Creatini
pp. 168 anno 2019 € 18,00 ill, B/N

Collana Biblioteca di Storia n. 30

 

 

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PIOMBINO NAPOLEONICA (1805-1814) IL PRINCIPATO DEI BACIOCCHI

Il 18 marzo 1805, Napoleone Bonaparte donava l'antico Stato di Piombino, in piena sovranità, alla sorella Elisa (Fig.1), attribuendo al di lei marito, Felice Baciocchi, il titolo di Principe dell'Impero. Elisa per prima, tra i fratelli di Napoleone, ricevette un feudo, sicché appunto da Piombino si aprì la strada alle investiture imperiali di tutti gli altri Napoleonidi. Il Principato piombinese mantenne, come succedeva da secoli, la propria completa autonomia sotto il profilo giuridico, benché, adesso, fosse palesemente inquadrato in un rapporto di vassallaggio con la Francia. Alcune branche dell'amministrazione centrale di esso, come le cancellerie e le segreterie dei regnanti, certi affari militari e di polizia, finirono ovviamente per essere cumulate con quelle inerenti al Principato di Lucca, prima, e al Granducato di Toscana, poi, di cui i Baciocchi, a vario titolo, conseguirono la sovranità: entrambi i coniugi Principi di Lucca dal 24 giugno 1805; Elisa Granduchessa di Toscana dal 3 marzo 1809.
A differenza del Principato napoleonico lucchese, che in apparenza sembrava poggiare su basi sostanzialmente democratiche e che, richiamandosi alle tradizionali istituzioni repubblicane locali, vantava una Costituzione, un Consiglio di Stato ed un Senato, sebbene, questo, senza alcuna funzione effettiva, il Principato napoleonico piombinese si reggeva su un ordinamento tipico dell'assolutismo monarchico. Poiché il regime dei Baciocchi fu strettamente personale, Felice I deteneva in sé il potere legislativo e, pertanto, emanava leggi e decreti di “motuproprio”, demandandone l'attuazione a ministri e funzionari, per lo più francesi e provenienti dall'esercito. A fianco del Principe, non residente abitualmente a Piombino, vi era il Segretario di Gabinetto, suo primo collaboratore, praticamente un segretario personale che provvedeva a trasmettere ordini e atti ufficiali ad enti periferici ed agli organi esecutivi. In Piombino, al vertice di questi ultimi vi furono un Ministro di Stato, il Governatore Generale e il Prefetto. Tuttavia, l'organizzazione amministrativa piombinese non fu rigidamente costante nel tempo, né gli stessi uomini, in linea di massima, durarono a lungo nelle principali mansioni. Nel Principato napoleonico lucchese l'apparato amministrativo era strutturato diversamente. A capo degli affari pubblici erano infatti preposti il Segretario di Stato e i due Ministri di Stato: uno, il principale, per la Giustizia, incaricato anche dell'Interno, Esteri, Istruzione, Commercio e Agricoltura; l'altro per le Finanze, Culto, Polizia, Forza Armata, Acque e Strade e Fabbriche Pubbliche. Questo secondo dicastero, detto genericamente delle Finanze, fu soppiantato, nel 1809, da quello del Tesoro, retto da Luigi Vannucci, già Segretario di Stato.
Compito preminente di Felice Baciocchi era indubbiamente il comando delle forze armate degli Stati affidatigli, tanto più che nell'esercizio del potere su Piombino conferitogli dall'Imperatore era notoriamente coadiuvato da Elisa Bonaparte. I due Principi, naturalmente, dovevano soggiacere ad una inevitabile dipendenza dalla Francia; dipendenza che pure era in realtà inferiore, soprattutto per quanto riguardava Piombino e Lucca, a quella voluta da certe correnti storiografiche ottocentesche d'Oltralpe, spesso avverse ai Napoleonidi e non propriamente scientifiche:
«Élisa, grande-duchesse de Toscane, habitait Florence dans le palais Pitti, au milieu des chefs-d'oeuvre des arts; ce titre de grande-duchesse de Toscane ne donnait pas à la princesse Élisa un pouvoir réel; elle avait à peine l'autorité d'un gouverneur; la Toscane était soumise au système des préfectures, à l'organisation directe et immédiate, sous la main du ministre de l'intérieur; les revenus étaient versés dans le trésor, les conscríts levés dans le même ordre, les impôts également perçus. Élisa mettait ses effigies sur les monnaies, mais sa souveraineté n'était qu'une vaine image; Napoléon la faisait surveiller parce qu'elle avait des liaisons intimes avec Fouché et la partie opposante au système impéríal; elle rêvait l'indépendance» .
L'inaffidabilità di molti scritti sui Bonaparte, non solo di vecchi autori, come ben sappiamo, è rimarchevole specie nel versante dell'aneddotica e del.... continua nel libro


...D'altronde, nel 1805 Elisa aveva appena ventotto anni e, per quanto abile e intelligente, avrà pur dovuto affidarsi in qualche modo al più maturo ed esperto marito, quarantatreenne, cui Napoleone stesso accordò fiducia e addossò responsabilità non da poco: la titolarità di non trascurabili regni e, anzitutto, la salvaguardia di importanti e strategici territori continentali e insulari franco-italiani. In definitiva, come ben si comprende, «les obligations des souverains de Piombino envers l'Empereur étaient, essentiellement, d'ordre militaire: maintenir en bon état la forteresse de Piombino, favoriser les communications avec l'ile d'Elbe, assurer la défense des côtes avec le nombre de batteries d'artillerie nécessaires, entretenir en permanence un bataíllon de 400 hommes» 3.
Ecco ciò che interessava davvero alla Francia, quale potenza egemone; ed ecco ciò che pretendeva Napoleone dai Baciocchi in queste zone militarmente occupate: sostegno all'esercito francese e adeguata legiferazione locale: ciò che appunto garantiva Felice I. Il governo degli Stati sottomessi comprendeva anche altro; ma tutto il resto, nella politica imperiale napoleonica, veniva dopo. In questa ottica, se è vero che Elisa non visse all'ombra del Principe suo marito, è altrettanto vero che questi non regnò affatto in sottordine a lei, benché essa avesse il privilegio di essere la grande sorella dell'Imperatore

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EAN 9788866151890

 

 PER LA PROVINCIA STORICO- INDUSTRIALE DI PIOMBINO ED ALTRE STORIE
Nedo Tavera 17x24 Ill.
Pagg. 88 anno 2019 € 12,00
Collana Maremmana n. 11

PER LA PROVINCIA STORICO- INDUSTRIALE DI PIOMBINO ED ALTRE STORIE

PER IL RISVEGLIO DELLA
"LEGGENDA" DI PIOMBINO

Cos'è la "leggenda" piombinese, se non l'ineguagliabile, straordinaria storia del Promontorio di Piombino, su cui non molte altre città possono ambire a confrontarsi e ad avere il primato? Senza retorica, proviamo a fare una brevissima sintesi di questa ricchezza inestimabile, mai messa a frutto da coloro che ne avrebbero avuto tutto il vantaggio.
Un destino avverso, inesorabile, come non si è registrato in nessun'altra illustre città antica, ha piegato Piombino da circa un paio di secoli in avanti. Un destino nefasto, non causato da calamità naturali ineluttabili, ma da uomini che ne hanno causato il decadimento: vuoi determinati nei loro ostili disegni, vuoi senza idee e, quindi, semplicemente confusi e incapaci, ma anche uomini sospinti da una sola ideologia.
Dal Congresso di Vienna, dal 1815 ad oggi, Piombino, ex Città-Stato dell'Italia preunitaria, ha attraversato le seguenti fasi storiche in una condizione umiliante rispetto al passato: Toscana granducale, il Regno d'Italia, la rivoluzione industriale, il fascismo, la seconda guerra mondiale, le amministrazioni del dopoguerra.
Il Principe Luigi Boncompagni Ludovisi, legittimo sovrano del Principato di Piombino, reclamò inutilmente contro lo strapotere degli Asburgo Lorena e contro quanto si decideva nel Congresso di Vienna, che ratificò la soppressione dello stesso Principato e la sua annessione alla Toscana. Le conseguenze furono frustranti per l'indifesa città di Piombino, che subì le ritorsioni del Granduca Ferdinando III, mentre lo spodestato Boncompagni Ludovisi, che tuttora si fregia del titolo di Principe di Piombino, fu pienamente indennizzato delle rendite che perdeva. La grave sanzione inflitta alla città fu l'emarginazione e la perdita di qualsiasi potere in campo amministrativo; un arbitrario e punitivo declassamento dalla sua precedente condizione di città capoluogo.
Nei due secoli trascorsi, Piombino non ha mai reagito al sopruso, alla penalizzazione; non si è mai difesa, non ne ha trovato la forza necessaria. Consapevolezza, orgoglio e amore per il proprio passato sono stati assenti in Piombino per ben due secoli; ciò che vi ha dominato è stata la non piena cognizione e l'indifferenza dei propri fasti, della propria storia, i quali, se non sono un'epopea, formano sicuramente una "leggenda", anche in senso letterale: "cose da leggere". Che nessuno, invece, ha mai letto fino a ieri; ragion per cui si è avverato per Piombino il "presagio" che dice: non si può costruire il futuro senza conoscere il passato. E la ultramillenaria essenza storica del Promontorio di Piombino, il suo indiscutibile mito nei due secoli trascorsi, infatti, non sono stati tramandati e difesi dallo spirito piombinese, che è stato sopraffatto dalla imperdonabile dimenticanza, dalla selvaggia industrializzazione, dalla prepotente e preponderante ideologia politica. CONTINUA NEL LIBRO


VIA FELICE CAVALLOTTI

 

Dirò subito che io sono nato a Piombino, in Via Cavallotti, cresciuto da genitori esemplari e dove ho avuto vicini di casa fantastici fino all'adolescenza. Via Cavallotti era una strada qualunque, senza particolari attrattive, se non il pregio di essere guarnita da bei filari di platani che la impreziosivano. Durante la mia prima infanzia, viveva nell'appartamento accanto al mio una splendida famiglia con la quale i miei genitori stabilirono presto ottimi rapporti. In particolare, la loro figlia, Nelly, bella signorina, divenne amica intima di mia zia Elsa, sua coetanea e sorella minore di mia madre, ritiratasi a vivere con noi insieme ai nonni materni. La Nelly aveva un fratello minore, Edo, il quale era, anche lui, un simpatico giovanottello. Questi tre bravi giovani, zia Elsa, Edo e la Nelly, si prodigarono un mondo a regalarmi affetto e carezze fino a quando le vicende della guerra non ci allontanarono tutti dalle nostre abitazioni. Fra i vaghi ricordi del tempo che riaffiorano nella memoria, porto scolpito nella mente un freddo e buio pomeriggio d'inverno trascorso nella cucina di casa mia, con il grande focarile acceso e scoppiettante e le fiamme che riverberavano bagliori rossastri attraverso i cerchi roventi della piastra. Eravamo fra il Capodanno e la Befana, e i tre amici di cui sopra si stavano interessando a me, parlandomi e interrogandomi, catturando, divertendosi, la mia attenzione, quando fui attirato d'improvviso da una strana sorta di grandine che cominciò a venir giù dalla cappa del camino. Che la Befana fosse in anticipo, visto che tanto me ne parlavano? Io, senza neanche accorgermi che stavano cadendo qua e là caramelle, cercai subito scampo correndo a rintanarmi fra due sedie e la parete. Il buon Edo, con la complicità di zia Elsa e la Nelly, mi stava preparando allegramente all'arrivo della Vecchietta che vola su una scopa.
Dopo la parentesi della guerra e dello sfollamento, i signori dell'appartamento accanto rientrarono in questa loro casa, e non saprei dire esattamente quando fu che, dal mio terrazzo, vidi affacciata, ad una loro finestra sulla strada, la signora Emma che stava gridando, fuori di sé, a qualcuno sul marciapiede di fronte:
«Vieni ora a prendere il mio marito!.. Vieni ora a prenderlo!..» CONTINUA NEL LIBRO

 

 

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EAN 9788866151746

 MESEMBRIANTEMI
I fiori di mezzogiorno
Sette Racconti
Nedo Tavera 17x24 Ill.
Pagg. 108 anno 2018 € 12,00
Collana Maremmana n. 10

 

 

MESEMBRIANTEMI I fiori di mezzogiorno. Sette Racconti.

Ai lettori che mi faranno l'onore di leggere queste pagine voglio dire che, dopo aver pubblicato diversi lavori di ricerca storica sulla mia città, questo ultimo volumetto che ho inteso presentare, dopo molte perplessità al riguardo, ad un'età più che matura, è un'occasionale incursione nel campo della narrativa e vuol essere una sorta di “canto del cigno”, in chiave personale, sia per dire addio a futuri propositi di impegno storico-letterario sia per suggellare il tenace attaccamento alla mia città stessa.
Per la verità, non volevo proprio far stampare questi scritti, buttati giù tanti anni fa e originati da esperienze e impressioni personali della giovinezza. È stato soltanto un mio scrupolo di coscienza, quasi un obbligo morale, che ho sentito nei confronti di parte di essi a farmi cambiare idea.
Alludo, soprattutto, al ritratto, ancorché incompleto, di una importante figura piombinese scomparsa come Don Vito Latini, a cui avevo promesso da ragazzo di dedicargli addirittura una biografia, alludo al breve, devoto ossequio alla memoria dell'Amica, grandissima “Artista”, Magda Olivero e alludo anche alla vicenda storica locale che ha dello incredibile e che riguardò la premeditata e vandalica distruzione del Palazzo dei Principi di Cittadella, di cui mi premeva rimarcarne qui l'estrema gravità, affinché non venisse mai dimenticata dai Piombinesi.


IL MOSTRO D'ACCIAIO

Da ragazzi si usava andare in giro per Piombino ad esplorare le zone più appartate e isolate della nostra città, in cerca di evasione e di nuove esperienze. Bisognava conoscere bene il nostro territorio. A parte le scorrazzate in bicicletta fra gli Etruschi, a Baratti e a Populonia, spaziavamo, che so, da Salivoli allo Scoglio d'Orlando a Calamoresca, dalla Pinetina ai Quattro Pini, dalla Tolla al Semaforo al Porto, dal Bottaccio a Marina al Canaletto, passando naturalmente, per le "Cento Scalinate". Questo era uno dei luoghi più misteriosi e avvincenti della Cittadella, che, al pari del Castello, costituiva per noi tutto un mondo da scoprire, che attraeva e impressionava allo stesso tempo: attraeva per irresistibile curiosità e impressionava per il senso di inviolabilità che evocavano quelle antiche muraglie difensive.
Nessuno, tranne il caso di Licurgo Cappelletti, aveva coltivato la storia vera e antica della nostra città, e in pochi, si può dire, ne sapevano qualcosa. Ciò che veniva divulgato era appannaggio degli anziani, che lo tramandavano ai giovani arricchendolo di volta in volta di orpelli sempre più fantasiosi e volgari, perfino truculenti. Ma quanto si andava tramandando di generazione in generazione era limitato a fantasie sul primo Ottocento e sulla “Baciocca” in particolare. Si ha un bel dire, oggi, Piombino erede di Populonia etrusca e medievale! Piombino ex Capitale del suo Stato! Con quell'andazzo tutto piombinese, chi aveva fatto le spese di tanta colpevole ignoranza era stata proprio Elisa Bonaparte Baciocchi, soprannominata con spregio la Baciocca, l'ultima e l'unica Principessa di Piombino in bocca al popolo. Il quale aveva ricalcato per lei più il ritratto perverso di una Messalina o di Lucrezia Borgia che di una sovrana illuminata dell'Ottocento.
Per spiegarsi i motivi di tale “demonizzazione” sul piano personale e morale, bisogna accennare alla sorta di “leggenda nera”, diffamatoria, diffusa dagli oppositori di Napoleone e dei Napoleonidi dopo la Restaurazione e la caduta di questi ultimi. Ecco, dunque, il perché della fama delle "Cento Scalinate", giù dalle quali, secondo tradizione orale rozza e inesplicabile, venivano scagliati in mare i giovani piombinesi, attirati a Palazzo, dopo che la stessa Principessa se ne era servita per i suoi deliri erotici. Tradizione rozza perché nata volutamente per denigrare la sovrana, inesplicabile anche perché stiamo parlando dell'epoca napoleonica e non certo del tempo di Pia de' Tolomei.
D'altronde, la storia che ha caratterizzato già la seconda metà dell'Ottocento e gran parte del Novecento di una Piombino precocemente industrializzata è stata la storia del capitalismo industriale in atto e della contrapposta lotta di classe, e si può dire che nella memoria collettiva l'unico sentimento del passato che avesse cittadinanza nel dopoguerra datava dal famoso sciopero-serrata del 1911, durato quasi sei mesi e che ebbe una grande eco sulla stampa nazionale, passando per il 1917 russo, l'insurrezionalismo anarchico degli anni '20, il 1921 livornese fino agli Anni '40-'50 ed oltre.
Le date sono queste, consacrate anche in noti saggi che trattano del movimento operaio locale. In tutti i decenni suddetti la città antica non si chiamava neppure centro storico: si definiva semplicemente “Piombino vecchio”, e come tale si poteva impunemente offendere, ferire, sfigurare. Infatti, la Cittadella fu stravolta, il Castello imbarbarito e abbandonato, persino il Torrione e il Rivellino non ebbero particolari attenzioni. Come se deturpare i monumenti e il paesaggio fosse indizio di modernità, nuovi edifici popolari andarono a invadere le zone-belvedere di Piazza Sant'Agostino e perfino di Piazza Manzoni.
Nel primo dopoguerra, come dicevo, nelle scorribande di noi ragazzi in Cittadella, Elisa, la Principessa emula del Grande Còrso, era sempre presente nelle nostre fantasticherie. CONTINUA NEL LIBRO

 
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